Bruno Pari il libro – Seconda parte

Gli amici di Bruno Pari

24 Aprile 1945 – Che ricordi
di Attilio Pari

La guerra era alla fine: gruppi di soldati tedeschi, ormai allo sbando, cercavano di raggiungere le regioni del Nord per sfuggire ai soldati americani ed ai partigiani italiani che li incalzavano da ogni parte.
Verso mezzogiorno del 24 aprile, nelle campagne tra Fiesse e Gambara vennero alle armi un gruppo di partigiani ed una compagnia di tedeschi: questi ultimi avevano già subito un mitragliamento aereo. In quel conflitto morì anche il Capitano veterinario Edner Eugen, poi sepolto a Calvisano.
Alla fine della battaglia si contavano sul campo morti e feriti da ambo le parti. Il dottor Bruno Pari, subito intervenuto, si mise all’opera per curare i feriti. Un partigiano che era presente alla scena, non sopportando che Bruno Pari cercasse di alleviare le sofferenze anche ai soldati tedeschi, gli si avvicinò puntandogli il mitra e gli ordinò di soccorrere solo i suoi compagni: il dottor Bruno non si mosse e continuò la sua opera dicendo che per lui i feriti erano tutti uguali.
Questo è stato uno dei tanti episodi accaduti in quei giorni, quando l’odio e la ferocia avevano oscurato la mente di tante persone.


Quel medico di paese
di Lucio Maffezzoni

1931
Pietro lavorava alla Cumassa di Gambara. Erano gli anni tra il 1931 ed il 1935. Lavorava per il nonno Tobia. Falciava l’erba con la barra tirata da due cavalli.
Un giorno la barra s’inceppò. Pietro cercò di rimetterla in funzione ma, forse anchea causa dei cavalli che si agitavano, rimase colpito dalla barra che gli recise il tendine al tallone.
D’urgenza venne avvisato il dottor Bruno Pari che, per arrivare prima, abbandonò la strada e attraversò i campi di granoturco da poco mietuto.
Con la sua “Bianchi” e la borsa arrivò in tempo per prestare soccorso al povero Pietro.
1942
Nel maggio del 1942, Piera deve partorire.
Purtroppo il travaglio si prolunga oltre le aspettative.La donna sta male. Nella stessa notte il dottor Bruno Pari, aiutato dal marito della partoriente, accompagna la donna all’ospedale di Cremona.
Finalmente, dopo alcune ore, nasce la bimba. Ma è asfittica.
L’ostetrica la da per spacciata. Bruno Pari no.
Con una forza ed un’autorevolezza invidiabili, il giovane medico ordina panni caldi e freddi, poi acqua calda e fredda.
Gli altri lo guardano con sufficienza e commentano: “ma cosa crede di fare quel medico di paese?”. Lui va avanti.
Alterna i panni caldi e freddi sul corpicino della bimba, fino a quando riesce a farla riprendere.
Negli anni, incontrandola, il dottor Pari le dice sempre: “Ecco qui la mia bambina.. “.
1950
Ad Ostiano si diceva che lui era il medico dei poveri.
Era anche amico di don Portioli, l’arciprete del paese (che amava raccontare barzellette e battute argute). In quel periodo le capsule detonanti per le pistole giocattolo erano in ottone.
Io ero riuscito a spararmene mezza nella coscia. Dopo un pò di tempo la gamba cominciò a farmi male e dovetti confessare il fatto.
Il dottore mi esaminò e disse: “Debbo vedere dove si trova e poi te la tolgo”.
Non fu facile.
Il suo impianto Rx era vecchio e debole e non riusciva a localizzarla. Provò col bisturi. Riprovò più volte e, dopo molti sforzi, riuscì ad estrarre il pallino stretto nella pinzetta.


Lo ricordo con affetto
di E. B.

Conobbi Bruno Pari da bambina perché era il nostro medico ed ho sempre nutrito per lui gratitudine ed affetto. Se aveva un’urgenza partiva con la sua bici da corsa; anche in ciabatte.
Parlare del dottor Pari non è cosa facile. Come si può a parole descrivere la sua umanità ed anche le sue sfuriate?
Lo ricordo in un momento terribile per me e famigliari; nel 1958, quando ebbi una bambina che nacque morta.
Lo vidi piangere su quel corpicino: il nostro dolore era anche il suo.
Poi ci trasferimmo in provincia di Milano.
Avevo già la mia seconda figlia e la portai dal medico. Come entrò nello studio corse allo scrittoio e si mise a timbrare dei fogli.
Lui la sgridò e lei, guardandolo imbronciata, disse: “Tu non sei il mio dottor Pari”.
Mi scusai e gli spiegai che quando andava dal nostro medico, la prendeva sulle ginocchia e lei scarabocchiava.
Nel 1963, a causa del parto del mio terzo figlio, ebbi delle complicazioni.
Incominciai la trafila dei medici; a Milano, Cesano, Saronno, fino a quando mia suocera ne parlò col dottor Pari.
Mi fece venire ad Ostiano. Mi visitò e poi mi portò con la sua utilitaria all’ospedale di Cremona. Raccomandandomi loro.
Tutto andò bene. Anche se non abitavamo più al paese, lui s’interessava sempre a noi ed era contento perché avevo avuto altri figli.
Come posso non ricordarlo con affetto?


Il medico dei poveri
di Attilio Calza.

Ho frequentato le classi IV e V elementare ad Ostiano negli anni scolastici 1943-44 e 1944-45: ospite dei nonni in quei tempi di guerra.
In paese la situazione era relativamente tranquilla anche se non sono mancati eventi bellici.
Il ponte sul fiume Oglio era stato bombardato così come l’accampamento dei tedeschi.
Vi è stato poi un pesante scontro a fuoco durante la ritirata degli occupanti.
La benzina era razionata ma i medici potevano utilizzare l’auto nel loro servizio. Bruno Pari esercitava quasi normalmente le sue occupazioni.
La nostra classe era stata spostata nel collegio delle suore mentre la scuola veniva utilizzata per scopi militari.
Eravamo nelle vicinanze del castello Gonzaga dove il medico abitava ed aveva ambulatorio.
Lo vedevamo pertanto passare quando, con la sua bicicletta, si recava in visita ai pazienti.
I suoi stivali stile cavallerizzo mi avevano colpito.
Vestiva in modo sobrio. Nei discorsi tra adulti sentivo citare frequentemente Bruno Pari perché era “il medico
dei poveri”.
Allora, quando ancora non vi erano le mutue, esisteva una struttura sanitaria di base costituita dal Medico condotto, dall’Ostetrica, dall’Ambulatorio e dall’Ufficiale sanitario (che poteva avere più di un paese).
La fascia di popolazione che non raggiungeva un certo reddito e non era coperta da assicurazione, veniva iscritta nel cosiddetto “Elenco dei Poveri”.
Poteva usufruire di assistenza gratuitamente da parte del medico condotto stipendiato dal comune.
Il dottor Pari è stato titolare della condotta medica consortile di Ostiano e Volongo ed anche ostetrico.
Il classico medico di campagna di una volta; chiamato ad ogni ora per curare una ferita o per assistere una partoriente; comporre una frattura o estrarre denti; visitare un bambino o prestare servizio al ricovero per anziani del paese.
Il tutto coi soli mezzi di quei tempi. So cosa vuol dire perché anch’io ho vissuto esperienze simili collaborando col dottor Bettazzi, valente professionista che aveva ripristinato lo “ospedalino” di Pizzighettone utilizzando materiale di un ospedale da campo americano.
Già da bambino avevo intenzione di fare il medico; la figura del dottor Bruno Pari, attivo, pieno di carica e modesto, mi ha ulteriormente motivato.


Burbero, sempre disponibile
di Emilio Babbini

Per la comunità di Ostiano è stato più di un medico: un “padre” sempre disponibile; dal carattere burbero e dall’animo generoso.
In caso di necessità, spesso si rivolgevano a lui anche gli abitanti d’altri paesi.
Chirurgo, ostetrico, … “dentista”: un pronto soccorso sulle ventiquattro ore. Rifiutava i compensi.
Rispondeva spiccio: ”Preoccupati prima di guarire”.
All’età di sei anni ne ho avuto bisogno.
Avevo tenuto nascosta ai miei genitori per tre mesi una ferita alla caviglia: me l’ero procurata giocando con altri ragazzi e volevo evitare rimproveri.
Alla fine però, dovetti chiedere aiuto a mia madre. Mi portò subito “in castello” dal dottor Bruno Pari.
Fui sgridato in modo burbero per il ritardo: l’infezione era in stato avanzato.
Il ricorso all’ospedale avrebbe potuto portare all’estrema conseguenza dell’amputazione.
Scelse di correre il rischio e mi curò di persona.
Era inverno: mi portarono a casa dei nonni, dove vi era almeno un ambiente riscaldato da camino.
Trascorsi lunghe giornate su una branda.
A fianco ne avevano messa un’altra nella quale talvolta riposava Bruno Pari: anche
di notte veniva a farmi visita.
Per curarmi si era procurata a Pavia la prima penicillina in circolazione.
Dopo tempo la gamba guarì e, ancora oggi, gli sono riconoscente.
Ebbi notizia della sua morte mentre ero imbarcato per lavoro in Sud America.
In una lettera, mia madre spiegava che era stato colto da ictus.
Ne fui addolorato.
La comunità di Ostiano giustamente, gli ha dedicato subito una piazza.
Ricordo ancora quando sfrecciava in urgenza: con la sua “Giulia” interrompeva i nostri giochi tra ragazzi passando sul campo di gara; la strada.


Quando salvò mio marito
di Martina Tiziano

Bruno Pari è stato un medico sempre disponibile in caso di necessità.
Ricordo quando ne ebbe bisogno mio marito, nel 1956.
Da tempo soffriva di ulcera. Una sera, tornando dal lavoro, si fermò a cogliere uva da un filare.
Rientrato a casa accusò forti dolori. I primi rimedi tentati non servirono.
Si abitava in campagna; allora le distanze avevano un’altra importanza.
La sorella maggiore percorse i cento metri che ci separavano dallo “stradone” tra Volongo ed Ostiano.
All’incrocio fermò un motociclista di passaggio. Si fece condurre sino al castello dei Gonzaga.
Il dottor Pari rispose subito alla chiamata. Con la sua auto giunse sul posto.
La situazione nel frattempo era peggiorata: necessitava il ricovero in ospedale. La “bianchina” del medico non poteva servire per il trasporto; mio marito doveva stare sdraiato.
Ricorremmo ad un auto del servizio pubblico; non ricordo se venne “Toni del Doss”o Feroldi.
Giunti all’ospedale il dottor Pari si diede da fare; chiese che l’intervento fosse fattocon urgenza.
Volle assistervi di persona; restò in sala operatoria sino alle due e mezza della notte, quando terminò.
Tutto si risolse.

Bruno Pari Casa Ostiano
La casa di Bruno Pari ad Ostiano

Al dottore, che già aveva saltato la cena, restarono poche ore di sonno prima di riaprire l’ambulatorio.
Io stessa ricorsi alle sue cure; già dall’età di sette anni, quando ancora abitavo a Fiesse.
Soffrivo di nefrite e mia madre andava a chiamarlo all’ambulatorio di Volongo.
Si recava a domicilio col suo “Airone” di colore rosso; una moto con la quale ebbe un pericoloso incidente nel 1960.
Sulla strada tra Pralboino e Pavone Mella, dopo una curva urtò un carro agricolo trainato da buoi che occupava la carreggiata.
Riportò la frattura di un braccio che richiese un certo tempo per la guarigione.
Mi visitava col fare affettuoso che riservava a tutti i bambini.
Ricordo le manifestazioni di entusiasmo alla nascita dei suoi figli gemelli Nunzia e Luigi.
Era una persona aperta, dedita sempre al suo lavoro. Parlava con tutti; comunicava anche nel suo dialetto colorito per non tenere le
distanze. Se era il caso, sapeva sdrammatizzare con aneddoti o barzellette.
Da quando prese servizio in Ostiano abitò al castello Gonzaga, nella casa del comune, a lato dell’ambulatorio.
Nel giardino vi fece costruire una piscina dal cognato Felice, un muratore.
Era destinata ai nipoti ai quali insegnò a nuotare. Gli ultimi anni si trasferì in una villetta a lato della strada per Volongo.


Generoso, amava la sua gente
di Giuliana Rossi

Sono stata sua vicina di casa per tutti gli anni che ha abitato al castello.
Spesso lo chiamavamo perché mia sorella da bambina soffriva d’epistassi.
Si rendeva sempre disponibile; anche al di fuori degli orari di visita.
Con i bambini era molto affettuoso.
Le nostre famiglie erano legate ed io, sino alla maturità, l’ho chiamato “nonno”.
Quando ho iniziato ad aver un atteggiamento più rispettoso nei suoi confronti, ero sgridata: non voleva essere “dottore”; non voleva perdere una “nipote”.
Ha in ogni modo mantenuto il legame affettivo.
Alla giusta età mi portò in regalo una parure da letto. Una “dote” che ho molto apprezzato e che conservo tuttora.
Lo ricordo come persona attiva e decisa; sensibile e generosa.
A volte era burbero con gli adulti.
Si dedicava pienamente ai pazienti ed alla famiglia.
Mostrava una certa preferenza per la figlia maggiore Bruna.
Fu seguito nella carriera dal figlio Nello.
Viveva e vestiva in modo semplice: immancabile la camicia bianca, mai una cravatta.
Aveva passione per la bicicletta e la musica.
Leggeva nel poco tempo libero; si teneva aggiornato nella professione e discuteva sui fatti del giorno.
Era aperto al dialogo; con chiunque.
Amava gli animali; nel giardino di casa allevava grossi cani.
Interveniva anche come “dentista”.
Per le visite non chiedeva compensi; la sua generosità lo portava talora a lasciare denaro ai bisognosi od a procurare loro i medicinali che servivano: questo nonostante dovesse sostenere una famiglia di sei persone.
Ricordo in particolare una sua amicizia; aveva un forte legame con don Portioli, altra figura di grande umanità in quei tempi.


Un animo mazziniano
di Enrico Susta

Bruno Pari medico a Volongo
Via Garibaldi a Volongo

Quella di Bruno Pari è stata una storia tenue, gentile ed umana, nata, cresciuta e vissuta tra genti di comunità semplici, dedite a duro lavoro da sempre, abituate al sacrificio di un mondo essenzialmente contadino e respiranti flebili, residue arie mazziniane, diffuse già intorno alla metà del 1850, da Angelo Poma medico di Ostiano e da don Francesco Maria Zaparoli prete di Volongo, intimi dei martiri di Belfiore.
Per riflesso l’hanno vissuta tutti gli abitanti di Ostiano, Volongo ed altri paesi confinanti cui egli è venuto più a lungo a contatto durante la sua carriera di medico missionario.
Non voleva proprio si parlasse di lui, di quanto aveva fatto o faceva.
Non si è mai potuto congratularsi del suo operato perché per lui era solo naturale, normale e doveroso fare come faceva: era il dettato categorico di un intimo ricco ed evoluto come lo erano del resto la sua spigliatezza, la sdrammatizzazione con pronte battute, la non perdita di tempo per dedicarsi a cose pesanti, significative, di frutto.
Ha narrato e narrato il dottor Bruno Pari, con senno; per anni ed anni, e tutti intorno hanno appreso le sue lezioni e le sue teorie: quelle essenzialmente di esser pronto alla chiamata di chi aveva bisogno, di essere un medico all’altezza, aggiornato, non soddisfatto di esercitare genericamente, ma attento ai pericoli insidiosi che potevano correre i suoi pazienti, specie le puerpere, esposte allora immancabilmente al rischio della vita loro e del nascituro.
Proprio da lì è venuta, perciò, la specializzazione in ginecologia ed ostetricia.
Quella del dottor Pari è stata un’azione continua per rinfrancare e rivalutare l’uomo nella vita di tutti i giorni: tanto quello che dà quanto quello che riceve, perché fa sentire ambedue meno soli e più utili socialmente, risultando così l’uno più devoto al suo intimo e l’altro meno esposto ai mille disagi del vivere, dal momento che si è coscienti e sicuri di aver accanto qualcuno quando occorre e soprattutto si può contare su un amico.
E ancora: la sua è stata una solidarietà comune, di buon senso, evangelica, non altisonante, con essenze ed aromi validi non solo per il passato, ma pure per il presente, dettata dalla sapienza di un cuore generoso che ha voluto vivere in pienezza, responsabilmente, e si è espresso nel suo modo tipico per migliorare le sorti di una vita spesso aspra di chi stava peggio di lui.
La professione medica non poteva pagarlo materialmente perché lui doveva servire ed onorare la professione medica, come si deve da vecchi gentiluomini e pertanto ha ottenuto unanime riconoscimento, gratitudine ed amore spontanei e veri.

Oggi la storia del dottor Bruno Pari, che ormai è entrata nel DNA delle nostre genti di un non lontano passato, si ripropone specie ai più giovani con intento e motivo di commento e riflessione perché venga catalogata, fuori dal cassetto, fra le tante storie, molte purtroppo delle quali solo negative e che ci vengono ammannite con troppa facilità sotto le etichette di “dovere e libertà di informazione”.
Una ventata di positivo; perché, fortunatamente, anche il positivo, il buono, il bello son presenti massicciamente nelle società e nel mondo sia pure poco propagandati, e sanno esser nello stesso tempo molto contagiosi.
Solamente con queste finalità pure il dottor Bruno Pari avrebbe accettato di esser menzionato e ricordato, poiché ha sempre ritenuto che “l’aiutarsi e l’amarsi l’un l’altro mai ha prodotto ferite né offuscato occhi di lacrime”.