Bruno Pari il libro – Terza parte

La Fondazione Bruno Pari

Nel 1970, subito dopo la morte, si forma a Ostiano un comitato per la raccolta di fondi da destinarsi ad un premio di studio in sua memoria.
La raccolta avrebbe dovuto concludersi il 15 febbraio 1970 ma proseguì per un periodo più lungo.
Al 31 marzo erano stati raccolti 3,5 milioni di lire, una cifra importante per l’epoca.
Ecco il testo della lettera che il comitato per la istituzione della “Fondazione dottor Bruno Pari” inviò nel 1970 ai cittadini di Ostiano e Volongo.
“Egregio Signore, ci siamo permessi di farle pervenire il ricordo di uno dei cittadini più meritevoli ed illustri di Ostiano ritenendo di fare anche a Lei cosa gradita dandole l’occasione di mantenere viva nel futuro la memoria del dottor Bruno Pari.
Come avrà modo di apprendere leggendo l’orazione funebre, che abbiamo gentilmente chiesta al parroco, si è subito formato un Comitato che si ripropone di raccogliere una somma in denaro atta a fornire, con la sua rendita, i mezzi per l’istituzione di un “Premio di Studio” intitolato alla memoria del dottor Pari.
Tale premio verrà assegnato ogni anno ad uno studente meritevole, secondo norme che verranno stabilite con apposito regolamento.
L’iniziativa dovrebbe portare alla istituzione della “Fondazione dottor Bruno Pari” la quale eternerà nel tempo il ricordo di un generoso medico che per quasi quarantaanni ha dato tutto se stesso, oltre i limiti umani, ai suoi ammalati.
Siamo certi che anche Lei si sentirà onorato di contribuire alla riuscita di questa iniziativa che ci offre anche la possibilità di ridurre un pochino il debito di riconoscenza che ognuno di noi ha sicuramente contratto con l’illustre Scomparso.”
Il 31 ottobre 1970 fu formalmente istituita la borsa premio di studio intitolata alla memoria di Bruno Pari. Rimase in vigore fino al maggio 2004.
Negli anni, sono stati assegnati quaranta premi a giovani studenti di Ostiano e di Volongo.

Una storia di umanità
da “Il Giornale di Brescia” del 2 aprile 1988 – Calvisano

È una storia da Venerdì Santo, una storia da “Padre perdona loro”, ma è una storia vera e che emerge dalla profonda Bassa bresciana in tutta la sua umanità e generosità.
Tra le notizie dei molti episodi di tensione e di violenza che provengono ogni tanto dal Sudafrica, forse non tutti hanno colto la vicenda dei sei negri condannati a morte per l’uccisione di un altro negro “compromesso col regime”.
Dovevano essere impiccati due settimane fa, poi la condanna è stata sospesa per due mesi.
Ora un gruppo di persone di Calvisano ha intenzione di mandare un appello per ottenere clemenza dal Governo di Pretoria.
Ma quali argomenti hanno per sperare di ottenere un po’ d’attenzione?
Ed ecco emergere la storia.
Si era nella primavera del 1941 quando giunsero in una cascina di Calvisano cinquanta prigionieri di guerra. Erano stati catturati a Tobruk e nella Cirenaica e poiché avevano tutti un passato di agricoltori, erano stati mandati a lavorare i campi bresciani.
A Loco dei Pini, nella borgata di Rovata di Calvisano, il Governo aveva appena confiscato una grande cascina ed un migliaio di piò dell’azienda allora lavorata dai fratelli Bertazzoli (oggi è dei Favalli), che era di proprietà di un ebreo.
Fatta eccezione per qualche inglese, gli altri erano tutti sudafricani.
Racconta Angelo Faccio: “Erano degli agricoltori; parlavano di terra e di aziende dalle dimensioni immense. Alcuni di noi ci lavoravano assieme”.
E così nasce l’amicizia: si impara qualche parola di italiano e di inglese, ci si scambia opinioni sui metodi e sulle colture…
Un’amicizia ed una solidarietà che si rafforza e scatta pronta, quando l’8 settembre ’43, un colonnello in bicicletta arriva da Verona e ad alcuni fidati spiega che si deve tagliare la corda, subito!
“Cosa vuole – dice Faccio – , questi giovanotti non sapevano dove andare… E così dalle cascine di Calvisano spuntano abiti per travestirsi, qualche pagnotta per sfamarsi.
Il curato di allora, don Giuseppe Facchi, assieme a Dosolina Turra, riescono a condurre gran parte dei prigionieri fino a Sant’Eufemia e da qui, con l’aiuto dei partigiani, ad instradarli per la Svizzera”. Ma qualcuno dei prigionieri è ammalato, un paio hanno adirittura il tifo nero .
Cosa fare? Dosolina Turra si prende in casa i due ammalati più gravi e si prende cura di loro.

Il filo della solidarietà porta a Calvisano il dottor Pari, medico di Ostiano e fratello di un farmacista del paese.
Così, nascondendo i due clandestini un pò nel granaio e un pò in cantina, si riesce a curarli e a portarli alla guarigione.
Anche la famiglia Galvan ospita due dei prigionieri sudafricani.
Altre famiglie si danno da fare per nascondere quelli che non erano riusciti a fuggire.
“Ed è stato un sacrificio grande – racconta Angelo Faccio – Calvisano era pieno di tedeschi e repubblichini: qui c’erano i depositi di materiale bellico”.
Quattro sudafricani restarono in paese adirittura fino al 25 aprile.
Dopo la liberazione, i sudafricani vengono consegnati agli Alleati.
Promesse di mantenere i legami, di mantenere viva l’amicizia… Ma poi più nessun contatto. Ma Angelo Faccio cerca di ricostruire il filo con il Sudafrica.
“Era – racconta – anche una questione affettiva.
Io avevo un fratello che è stato catturato in Africa e che è morto in prigionia, per malattia, proprio in Sudafrica.
Ho sempre cercato di andare laggiù sia per andare sulla tomba di mio fratello che per incontrare qualcuno degli ex prigionieri che erano stati a Calvisano.
Ogni tentativo però è andato a vuoto.
Anche l’on. Roselli si era interessato alla cosa, ma senza alcun risultato”.
Poi finalmente, qualche anno fa, Faccio va nel Transvaal con una missione degli Stigmatini di Verona.
Va come volontario per costruire un ricovero per anziani e coglie l’occasione per arrivare fino al cimitero degli italiani.
Trova la tomba di suo fratello, però non riesce ad entrare in contatto con gli ex prigionieri.
Ma questa attenzione per il Sudafrica non è mai venuta meno e così, pian piano matura la decisione di mandare quel messaggio al Governo di Botha.
Poche parole, un solo invito:
“Come siamo stati noi generosi con i vostri compatrioti, per tanto tempo e rischiando talvolta la vita, siatelo voi oggi.
Se volete, potete cominciare con questi sei condannati a morte”. Chissà che una voce che giunge da così lontano non abbia effetto.
A Pasqua è lecito credere nei miracoli.
Claudio Baroni

“Mio padre medico condotto”
di Alceste Agazzi

Nella pubblicazione “Mio padre medico condotto” (edizione e distribuzione a cura
della Sezione Combattenti e reduci di Grontardo e Levata) Alceste Agazzi,
ricordando la figura del padre Bruno (medico in Grontardo dal 1936 al 1963) scrive:
“Desidero chiudere questa serie di analisi e notizie su mio padre, ricordandone un
ultimo particolare aspetto: la Sua profonda, leale e sincera amicizia con due
valentissimi ed indimenticabili Suoi Colleghi “confinanti”. Trattasi del dottor Bruno Pari,
medico condotto di Ostiano (e padre del nostro attuale medico dottor Nello) e del
dottor Marcello Copercini, medico condotto di Pescarolo ed Uniti.
Ebbene fra queste tre nobilissime persone…”