Ostiano nella storia delle sue terre

Il territorio comunale di Ostiano, esteso per 19,4 Kmq si ubica nell’interflu­vio incuneato tra le valli di pianura dei fiumi Mella e Gambara – affluenti di sinistra dell’Oglio – nei pressi della loro foce in quest’ultimo. Pertanto la sua superficie topografica ne risulta ampiamente movimentata, conservando essa l’impronta edificatrice conferitale dalla dinamica fluviale, ancora molto ben leggibile, nonostante le numerose e talora notevoli opere di trasforma­zione attuate nel tempo dai suoi abitanti. Si distingue, innanzitutto, la netta divisione tra il livello fondamentale della pianura e i solchi delle valli flu­viali: distinzione evidente non solo sotto il punto di vista altimetrico e morfologico, ma anche sotto il profilo pedologico e idrologico. Un fitto siste­ma di canali colatori interseca la

La chiesa di San Michele Arcangelo in una foto d’epoca

superficie comunale, i maggiori dei quali, ad andamento pressoché meridiano, hanno talora inciso il livello della pia­nura, ovvero risultano arginati da opere di discreta evidenza, a testimonian­za della loro importanza idrografica. Soprattutto il vaso Galbuggine, che qui ha il suo tratto finale, mostra un andamento ancora in buona parte serpeg­giante, con raggi di curvatura delle spire maggiori abbastanza ampi da lasciare intuire una rilevanza idrologica certamente superiore a quella odier­na, che si conferma dall’esame della sua vallecola fluviale, intagliata nel piano generale terrazzato e ben evidente fino oltre la cascina Sovati, che appare originata per erosione regressiva a partire dal piano delle alluvioni recenti del fiume Oglio, nel quale scorre per breve tratto. Ma anche il colato­re Rino, che solca il settore orientale del territorio comunale, ricevendo diversi immissari, come il Rino dei Romagnani, il Rino piccolo, gli scoli Gazzo e del Boschetto e il colo Passarello, si sviluppa su un pennacchio, allungato in senso Nord-Sud, di depositi sabbioso-argillosi corrispondenti alle alluvioni antiche (a’) della carta geologica, evidentemente distinti dai depositi del livello della pianura che lo circondano. Questi sono in gran parte costituiti da alluvioni sabbioso-argillose attribuibili al fluviale wiir­miano, ma vi si riconoscono anche alcuni estesi lembi di origine fluvio-lacu­stre e di natura più spiccatamente argillosa, di epoca più antica e riferibili all’Interglaciale Wiirm-Riss.

Ostiano - Catello Gonzaga
Torre dei Gonzaga – Ostiano

Aspetto sostanzialmente diverso hanno, invece, le plaghe costituenti le valli fluviali che si mostrano intensamente segnate dalle manifeste tracce lasciate dalle divagazioni pregresse dei fiumi Oglio e Mella. Si tratta di ampie luna­te fluviali, rimaste impresse nel tessuto parcellare agrario e conservatesi fino ad oggi con maggiore o minore evidenza, ma tutte ancora facilmente rico­noscibili e, ad un tempo, testimoni di un’attività idrologica vivace e conti­nuativa che ha coinvolto, nel tempo, una vasta porzione di territorio. Talvolta la loro antichità di formazione risulta sottolineata dalla sovrapposi­zione di elementi territoriali seriori, che vi si sono adeguati nel loro disegno costruttivo, come succede, per esempio, per il largo giro disegnato dalla resi­dua lanca fluviale che contorna la cascina Gerazza, sul quale si attesta anco­ra il confine comunale tra Ostiano e Pessina Cremonese. Qui risulta oltre­modo palese l’adeguamento assunto dalla strada per le cascine Motte, che si

piega in un tracciato parallelo alla ex ansa fluviale, ormai ridotto al sempli­ce corso della Seriola comunale che ne ha ripreso pienamente l’andamento, prima di gettarsi in Oglio.

Analoghe manifestazioni si rilevano in sponda destra idrografica dove, soprattutto, l’ampia lanca che si spinge a lambire l’abitato di Gabbioneta o la traccia della ex lanca che circonda la cascina Puleselle, costituiscono gli esempi migliori.

Il fenomeno si ripete negli ambiti di influenza del fiume Mella, sebbene qui risulti maggiormente mascherato da più intense trasformazioni antropiche, dove il corso d’acqua, trovandosi ormai alla sua confluenza con l’Oglio infit­tisce i suoi meandri e, certamente, fu sempre caratterizzato da un’elevata instabilità.

Ma il caso più interessante riguarda senza dubbio l’abitato di Ostiano. Questo si trova collocato su di uno sperone del livello fondamentale della pianura proteso nella valle dell’Oglio, su questa elevato di 6 – 7 metri, e si sviluppa, poi, in direzione Est, lungo la strada per Volongo, disegnando il profilo di un’altra lunata fluviale che intaglia l’orlo di terrazzo in modo patente, nonostante le originarie scarpate morfologiche, certamente più nette e definite, abbiano subito nel tempo profonde modificazioni che le hanno trasformate in lunghi e più addolciti scoscendimenti raccordati con il piano delle alluvioni recenti dell’Oglio, su cui si è sviluppata una parte con­sistente del nucleo urbano. Ma da qui in avanti l’orlo del terrazzo si mostra apertamente festonato da una

Ponte in ferro realizzato nel 1891

successione di mezzelune di origine meandri­ca incise nel suo corpo, e ciò si rileva fino all’intersezione con la valle del Gambara, dove simili moduli di origine fluviale si ripetono con tale intensità da non lasciar dubbi circa la superiore importanza idrologica di questo corso d’acqua, rispetto all’attuale, nei tempi trascorsi.

In un territorio così articolato sotto il profilo morfologico e, quindi, così ricco di opportunità insediative nonché, si può intendere, così largo di risorse eco­nomiche e vitali, non ci si poteva aspettare che una precocissima frequenta­zione umana.

E, infatti, risalgono al Neolitico inferiore le tracce più antiche di insediamenti antropici, con la diffusione del gruppo culturale del Vho di Piadena princi­palmente nell’area denominata Dugali Alti (Biagi 3; Perini 8) per proseguire nel Neolitico medio con insediamenti documentati in località San Salvatore e Casotte (Pia 20; Biagi 3). Molti ritrovamenti sporadici, estesi a coprire l’in­tera fascia del territorio comunale posta sul terrazzo morfologico, attestano una continuità insediativa che percorre tutto l’arco cronologico dal Neolitico all’Età del Bronzo: sono stati individuati siti dell’Età del Rame in località Breda Rossina (Colini 1892, 153 e 1896, 3; Pontiroli 377), del Bronzo Antico in località San Salvatore, dove gli scavi hanno restituito numerose strutture a pozzetto, del Bronzo Antico e Medio in località Brugneti (Perirti 12). Rinvenimenti occasionali sono segnalati anche in località San Faustino e Vedecchi (Regonini 1953). Gli scavi effettuati nel 1980 hanno messo in evi­denza, attraverso strutture e resti di lavorazione, l’antica vocazione cerami­ca del territorio ostianese, tradizione che fin da quei lontani albori ha costituito un elemento di continuità nell’industria locale ed è giunta in forma atti­va fino a noi fissando cospicue tracce nella microtoponomastica locale. L’attività estrattiva che nei secoli ha alimentato le fornaci della zona ha rap­presentato altresì un potente strumento di modifica del territorio; affiancata all’intensa opera di livellamento, attuata soprattutto nella prima metà del secolo scorso e dettata dalle necessità irrigue delle aride plaghe a Nord, Nord – Est dell’abitato, ha in buona parte cancellato le asperità e l’aspetto accidentato che dovevano un tempo caratterizzarle e del quale è rimasta fle­bile traccia negli appellativi di alcune parcelle agrarie. Contestualmente alla morfologia del luogo, l’intensa attività di trasformazione ha in larga misura sconvolto anche lo strato archeologico che non ha, fino ad ora, restituito riscontri oggettivi, ma solo esili tracce afferenti alle età del Bronzo Tardo, del Ferro e del periodo celtico (della cultura di La Tène), che vedono invece addensarsi nell’area compresa fra i bacini dei fiumi Gambara, Chiese ed Oglio la massima concentrazione di testimonianze.

Stazione tramviaria della linea Cremona-Ostiano

Dopo questo “silenzio” insediativo, consistenti ed inequivocabili tornano ad affiorare, in larga parte del territorio, le tracce dell’epoca romana. Già le rela­zioni ottocentesche riferivano di rinvenimenti in località S. Ilario (Ferrari 1876, 41) e di pozzi cinerari presso Ostiano (Finzi 197). Nel 1959, in occasio­ne di visite esplorative per studi topografici, Pontiroli e Ceretti individuaro­no resti di fondazioni romane sopra un dosso in località Romagnani (Ostiano 20). Altri reperti vennero in seguito portati alla luce in località Brugneti, dove si ipotizzò l’esistenza di una villa rustica (Passi Pitcher 134­135), in località Bitino e Casotte, mentre rinvenimenti sporadici vennero segnalati dal Regonini in località Redezza e Cossone. Numerosi frammenti vascolari con bolli, pietre, macine, mattoni da costruzione, tessere musive ed il rinvenimento di una testina fittile avallarono l’ipotesi di una presenza etni­ca romana o romanizzata che faceva largo uso di materiali ceramici prodot­ti in loco o commercializzati in un emporio. L’ipotesi era giustificata dalla particolare posizione geografica del sito poiché, come già si è detto, l’abitato di Ostiano si adagia su uno sperone del livello fondamentale della pianura affacciato sulla valle del fiume Oglio, fronteggiante l’abitato di Gabbioneta, anch’esso prodigo di reperti di epoca romana nonché prossimo alla cosid­detta strada “Levata” che da Cremona raggiungeva il fiume. L’ipotesi da più parti avanzata che quivi esistesse un punto di transito fra la sponda cremo­nese e quella bresciana, e che il territorio ostianese costituisse una sorta di avamposto oltre il fiume (Ostiano 17-18) sembra trovare riscontro nella fitta trama centuriale di epoca repubblicana ancora oggi leggibile a Nord dell’Oglio, nei territori di Ostiano e Volongo, che denota la sua appartenen­za, per un certo periodo, alla pertica cremonese, a differenza delle limitrofe terre bresciane centuriate probabilmente solo in epoca triumvirale (Durando II, 111).

I temi del confine e del passaggio sul fiume saranno del resto i motivi ricor­renti nella storia di questo antico borgo, che pare acquisire la propria deno­minazione in epoca romana da un prediale

Ponte in ferro realizzato nel 1891

formato sul gentilizio Hostilius, diffuso in territorio cremonese dopo l’elevazione al rango senatorio degli Hostilii da parte di Cesare (Tozzi 38; cfr. n. 467 del repertorio toponomastico). Ed è curioso osservare che, anche per il caso che ci riguarda e come frequen­temente accade, in una sorta di moto circolare, toccherà poi al toponimo stes­so generare in seguito un nuovo gentilizio attestante la località di prove­nienza. Un homo qui vocatur Hostianus è, nel 1197, procuratore dei signori di Bedizzole (Zaccaria 171) ed un Ostiano Coresio, nel XIII secolo, possiede una pezza di terra vitata in contrada Sancti Salvatoris (ASMi). Fra il XIII ed il XIV secolo, una famiglia di notai e mercanti locali detta de Hostiano, italianizzato in Ostiani o Ustiani, emigrò a Brescia dove presto assurse al rango nobiliare esprimendo, tra gli altri, quello Jacobino de Ostiano, notaio cancelliere della Curia Vescovile di Brescia dal 1363 al 1392, del quale ci sono pervenuti i regi­stri degli atti. La nobile famiglia Ostiani si estinse con Lodovica Maria Gaetana nel 1814, ma il cognome venne assunto dai figli in aggiunta a quel­lo del nobile casato Fè. Anche questo ramo gentilizio si spense in via defini­tiva nel 1907 con la scomparsa di mons. Luigi Francesco Fè d’Ostiani. (Guerrini 1946, 247-249; Guerrini 1949, 79-80; Guerrini 1984, 325-327).

La frequentazione altomedioevale dell’area è archeologicamente testimo­niata dal rinvenimento di numerose imbarcazioni monossili, databili fra il periodo tardoromano e la fine dell’alto medioevo, restituite dal fiume in periodi di massima magra, sia ad Ostiano (dove è stata recuperata un’im­barcazione della ragguardevole lunghezza di 9 metri), sia nei territori limi­trofi affacciati lungo l’asta del fiume (Simone 56-57). Il territorio doveva del resto essere particolarmente ricco di materie prime e di quelle imponenti querce che componevano, nella sostanza, la matrice della foresta planiziale espansa sulla gran parte del livello fondamentale della pianura: ne sono chiari indizi i giganteschi tronchi che le grandi piene del secolo scorso e le ultime divagazioni del fiume, erodendo le sponde, hanno riportato alla luce facendoli riaffiorare dai terreni delle alluvioni recenti (La Provincia, 14/V111/1960; Il Giornale di Brescia 4/W1960).

Ampie tracce della copertura vegetazionale, che doveva caratterizzare il paesaggio dell’area in oggetto nelle epoche passate, sono rimaste nella topo­nomastica locale; non si tratta solamente di appellativi attribuiti a singole particelle agrarie o indicanti la presenza di individui vegetali isolati, per quanto significativi, ma di denominazioni estese a plaghe piuttosto vaste che, come normalmente succede, sono poi passate anche al reticolo viario e a quello irriguo. I fitotoponimi superstiti riescono in tal modo a delineare una mappa piuttosto eloquente delle caratteristiche vegetali di tutta la por­zione di territorio di formazione più antica, relativamente stabile rispetto alla dinamica fluviale. Ad ovest dell’abitato, fra l’Oglio ed il Mella, ancora oggi si estende una vasta

Il castello Gonzaga in una foto d’epoca

porzione, comprendente numerosi appezzamenti, denominata Ruarìna (v. rep. n. 389) ai piedi della quale, con un salto altime­trico di circa dieci metri, nelle alluvioni recenti del fiume, si estendono le Llnéde, collettivo fitonimico dal latino alnus, ad indicare la diffusione di con­sorzi arborei, solitamente monospecifici, a ontano nero (v. rep. n. 460). A Nord della Ruarina, verso Pralboino, ecco estendersi le Faédule, interessan­tissimo quanto antico toponimo che testimonia l’esistenza di popolamenti di faggio, specie forestale ormai scomparsa dai nostri territori, ma un tempo documentata anche alle basse quote della pianura lombarda (v. rep. n. 196). Ancora più a Nord, un altro reperto linguistico, i Zenér, ci ricorda l’antica e vasta diffusione del ginepro, specie oggi pressoché estinta nelle nostre cam­pagne (v. rep. n. 490). Le scarse tracce linguistiche della copertura vegeta­zionale e boschiva dell’area a Nord dell’abitato, non a caso la più ricca di rin­venimenti archeologici e di microtoponimi che richiamano la presenza di insediamenti antropici e produttivi, avallano l’ipotesi di un suo precoce diboscamento e sfruttamento agricolo. A Nord – Est dell’odierno insedia­mento urbano invece, oltre la località Romagnani, verso il confine con il ter­ritorio di Volongo, si estende la vasta plaga dei Briignèc ad indicare una zona colonizzata dai prugnoli, pianta pioniera spesso rivelatrice della trascorsa presenza del bosco (v. rep. n. 67).

Ed è in questo paesaggio pervaso di acque e di selve, via via domate le prime e “roncate” le altre, che si andarono strutturando ed organizzando dall’Alto Medioevo quei nuclei insediativi raccolti intorno ai luoghi di culto dei quali troveremo traccia nelle fonti scritte solo a partire dal 1014.

E’ indispensabile a questo proposito osservare come, se appare probabile che in epoca romana il territorio in esame gravitasse entro l’area di influen­za cremonese, dall’epoca altomedievale le prime forme di organizzazione pievana e monastica fossero certamente di matrice bresciana.

Di questa mutata organizzazione territoriale e amministrativa troviamo significativa conferma nel diploma imperiale di Arrigo II del 1014, con cui si conferma il possesso dei beni fondiari della potente abbazia di Leno in numerose località del Nord Italia, fra le quali compare per la prima volta Ustiliano, seguito da Turricella cum Ecclesia Sancti Andree (Zaccaria 88). Poiché nessuna delle due località compare nel precedente diploma di Ottone II del­l’anno 981, si presume che le stesse siano state acquisite dall’abbazia in quel­l’arco temporale. Seguendo l’ordine di elencazione, che parrebbe ispirato ad un criterio prevalentemente geografico, sembrerebbe corretto individuare quella Turricella menzionata nel diploma con la nostra località Torricella, ubi­cata a ridosso del confine tra Ostiano e Volongo. L’abbazia benedettina di Leno, fondata per volere dell’ultimo re longobardo Desiderio intorno alla metà dell’VIII secolo e da questi dotata di cospicui possedimenti fondiari, aveva successivamente beneficiato delle elargizioni di Carlo Magno ed aveva ottenuto benefici e privilegi da papi ed imperatori: era andata così estendendo i propri domini in tutta l’Italia centro-settentrionale. I priorati e le corti si addensavano lungo le principali vie di comunicazione ed in pros­simità dei nodi strategici di quel tempo. Dalla zona pedemontana alle spon­de del Garda, dalle rive del fiume Oglio al Po, controllavano i traffici ed il sistema degli scambi, soprattutto il commercio del sale che dalle saline pos­sedute a Comacchio giungeva alle strutture di servizio di Pavia. Altri prio­rati posti all’imbocco della via Francigena (Fontanellato), al passo della Cisa (Montelongo) o sul tratto bolognese della via Emilia (San Vigilio della Muzza) costituivano le strutture di riferimento per le corti poste nella pia­nura e sull’Appennino tosco-emiliano. (Baronio 2001, 3) La particolare posizione giuridica dell’abbazia, che si configurava come ente “sui juris”, vero e proprio feudo di investitura imperiale, nonché il suo evidente potere econo­mico, la esposero sovente a situazioni di attrito sia con i soggetti che ammi­nistravano il potere temporale, sia con il clero secolare. Svincolata dalla giu­risdizione ecclesiastica diocesana, in quanto soggetta direttamente all’ap­provazione del Papa, l’abbazia ed i suoi privilegi erano particolarmente invi­si ai vescovi, che cercavano di estendere e consolidare in quegli anni l’orga­nizzazione amministrativa, spirituale e temporale, del territorio diocesano. Nel contempo, il privilegio di amministrare la giustizia ed il fisco, nonché l’esenzione dalla leva militare goduta dai residenti e la negazione del diritto ad esercitare le proprie prerogative ai rappresentanti dell’imperatore, ne facevano un soggetto politico ed economico di rilevanza non solo locale. (Baronio 2001, 3). I numerosi diplomi imperiali che si susseguono a partire dal IX secolo, tanto preziosi per chi indaga l’assetto del nostro territorio in quegli anni lontani, avevano lo scopo di confermare i privilegi imperiali della badia, di volta in volta messi in discussione dai vescovi e dai feudata­ri che miravano all’acquisizione dei suoi beni fondiari e dei relativi diritti a riscuoterne le decime e ad amministrarvi la giustizia.

La Porta Spinata in una foto d’epoca

Le carte del XII secolo, pur nella loro frammentarietà, mettono in evidenza la complessità dell’organizzazione e dell’amministrazione del territorio in quel periodo. Angelo Baronio, nella sua accurata analisi dei documenti leo­nensi (Baronio 1984, 129-130), rileva come la curtis di Ostiano dovesse esse­re una delle più organizzate della pianura e rivestisse un ruolo strategico di speciale rilievo nel controllo dei traffici sull’Oglio: costituiva probabilmente il “terminale economico” del monastero nella zona. Era infatti stata retta da personalità di spicco quali Gonterio, futuro abate leonense, nel ruolo di camerarius ed al rettore di questa corte era affidato il controllo delle struttu­re di proprietà monastica, tanto religiose quanto economiche, del circonda­rio. Se alla chiesa di San Michele Arcangelo e alla clausura (In loco Ustiliani, in clausura dominicali monasterii Sancii Benedicti sito Leone…in ASMi, n. 1124, 30 giugno 1172) era demandata la “cura delle anime”, nella domus dell’aba­te – o sotto il suo portico – si esercitavano le prerogative bannali e si giudica­vano cause matrimoniali, mentre alla caneva facevano capo le attività econo­miche e lo stoccaggio dei prodotti della terra dovuti all’abate: l’intero com­plesso edilizio – che lo stesso studioso ritiene collocato nel castello munito e fortificato agli inizi dell’XI secolo – costituiva il “centro coordinatore di una signoria locale” esercitata dal monastero attraverso il controllo economico, giuridico e religioso della comunità. E, alla luce di queste considerazioni, è forte la tentazione di riconoscere in quella contrada Corte (v. rep. n. 164) che si snodava a quadrilatero tutto intorno alla chiesa parrocchiale, compren­dendo parte delle abitazioni affacciate sulla via principale – appellativo in uso fin verso la metà del Novecento e corrispondente alle attuali via Sagrato e via Silvio Pellico – ben più che una semplice traccia del cuore amministra­tivo dell’antica curtis Ustiani.

Ma l’aspetto più interessante, ai fini della comprensione di questa realtà, è il quadro che emerge dalle dichiarazioni rese da vari testimoni locali nella causa accesasi nel 1194-95 fra Giovanni da Fiumicello, vescovo bresciano, e Gonterio abate di Leno in merito al possesso delle chiese ed al diritto di riscuotere le decime a Gambara e in altri paesi del circondario. Se l’assetto urbanistico e territoriale dell’attuale borgo di Ostiano lascia solo intuire la sua probabile antica frammentazione in più comunità, le testimonianze del­l’epoca non lasciano dubbi circa la netta divisione fra l’area di influenza epi­scopale, rappresentata dalla pieve, ed il feudo abbaziale, coagulato intorno alla chiesa di San Michele: due entità fisicamente prossime, ma amministra­tivamente lontane, bene organizzate ed abituate a convivere, ma sempre più sollecitate alla contrapposizione dal durissimo scontro fra i rispettivi vertici. Dalle deposizioni dei testi prodotti dall’una e dall’altra parte (Zaccaria 136­187) apprendiamo che spettavano all’abate la giurisdizione sulle cause matrimoniali – prerogativa messa in discussione dal vescovo che intendeva trasferirla al foro vescovile di Brescia – circa un terzo delle decime e la nomi­na dei presbiteri e dei chierici di San Michele di norma ordinati a Cremona o a Verona, mentre la raccolta delle decime – delegata ai signori di Bedizzole e da questi ad esattori locali quali il citato homo qui vocatur Hostianus – spet­tava al vescovo. Dallo stesso documento ricaviamo pure che le due comunità erano dotate di luoghi di sepoltura differenziati, ma che i bambini di Ostiano, accompagnati dal sacerdote di San Michele e dai suoi confratelli, venivano portati alla pieve il sabato santo per ricevere il battesimo, mentre l’arciprete della pieve, quando invitato, si recava a cantare la messa nel gior­no del patrono presso la chiesa abbaziale.

La chiesa di San Michele Arcangelo oggi

Secondo alcuni testimoni il confine delle terre di Ostiano di proprietà abba­ziale giungeva alla metà dell’Oglio ed anche la corte di Torricella era del monastero fino a metà del fiume. Di parere ovviamente contrario i testi pro­dotti dal vescovo, come Muratorio, signore di Bozzolano che «giura di avere in feudo dalla chiesa bresciana decime, terre e onori» a Ostiano e Torricella e reputa illegittima la decima percepita dall’abate sulle sue proprietà, sui nova-li e le terre alluvionali (Muzzi 173-174). Come sia stata risolta la causa non è registrato dalle carte d’archivio in nostro possesso, anche se gli sviluppi sto­rici successivi, la progressiva perdita di influenza politica ed economica del­l’abbazia, la scarsa levatura morale e capacità amministrativa di una lunga serie di abati (Angaroni 57-59) e, per concludere, la sua cessione in commen­da, hanno di fatto favorito l’organizzazione amministrativa diocesana, capil­larmente presente sul territorio. I documenti mostrano certamente una situa­zione complessa, all’ombra della quale, probabilmente favorite dalle scelte politiche locali dell’abate Gonterio e dalla scarsa presenza dei suoi successo­ri, si andranno delineando le condizioni per la nascita di un commune foci.

Ancora Angelo Baronio sollecita a tale proposito una riflessione: analizzan­do l’elenco dei boni homines presenti nel 1197 alla congregatio svolta alla pre­senza dello stesso abate per procedere alla nomina di due sindaci procura­tori che tutelassero gli interessi della comunità contro l’invadenza della vici­nia di Ostiano, egli osserva come vi compaiano i nomi di «…quella schiera di coltivatori, piccoli livellari e/o allodieri cresciuti all’ombra della curtis monastica di Ostiano, partecipi delle diverse attività commerciali che vi si dovevano svolgere; certo in opposizione all’aggressività dei signori locali…» e intravede in questa congregatio, convocata secondo i canoni e le modalità tipici delle istituzioni rappresentative delle comunità locali (…in publica con­tione Ustiani pulsata cum campanis…) la nascita di un «organismo che istitu­zionalizza, nell’ambito della giurisdizione abbaziale, la rappresentanza degli homines di Ostiano».

Che vi sia un legame piuttosto stretto fra la chiesa di San Michele Arcangelo e la comunità locale è suggerito dal fatto che nel 1410 questa si trovi ancora sottoposta alla giurisdizione abbaziale (Guerrini 1924, 138) e che nel 1566 il vescovo Bollani, nella sua visita pastorale, la attribuisca al comune (Guerrini 1940, 54). Se vogliamo, non è poi così frequente che un borgo si aggreghi e si sviluppi intorno ad una chiesa abbaziale piuttosto che alla pieve, la quale, decentrata, rimarrà ai margini dell’abitato.

Tuttavia, quando si parla di chiesa plebana in epoca medioevale ad Ostiano, è necessario puntualizzare che non ci riferisce all’attuale chiesa detta pieve di San Gaudenzio, e neppure è certo che si tratti di una costruzione a questa antecedente e in parte inglobata nell’attuale fabbrica eretta nel 1580, che lacerti d’affresco emergenti dalle lacune dell’intonaco della facciata riman­dano al XIII secolo (Ostiano 54; Merlo 131 e 153). Un’altra antica chiesa inti­tolata al Salvatore, della quale poco o nulla sappiamo, sorgeva nella località che ancora oggi ne custodisce l’appellativo (v. rep. n. 399). Fatta abbattere dal vescovo Bollani perché rilevata essere, nella citata visita de11566, destructam et discoopertam, fu sostituita da una cappelletta che ancora oggi ne tramanda la memoria ed è nota agli ostianesi con l’appellativo di Madóna de San Salvadùr. Secondo vari studiosi (Guerrini 1940, 54; Baronio 1984, 127; Merlo 131) proprio la chiesa di San Salvatore potrebbe essere individuata come l’o­riginaria sede plebana di Ostiano: ad avallarne l’ipotesi interviene il “Catalogo capitolare delle Chiese e dei benefici compilati nell’anno 1410” (Guerrini 1924, 138) nel quale la Plebes de Ustiano, priva di titolo, appare distinta dalla Ecc!. Santorum Gaudentii et Alexandri de Ustiano. Le due chiese sono di pertinenza della diocesi bresciana.

Nel “Catalogo queriniano dei Benefici” del 1532 (Guerrini 1925, 56) com­paiono, invece, solamente una Plebem S.ti (Alexandri ?) e una Ecclesiam S.ti Michaellis de Ustiano in quadra Gotalengi.

La cartografia consultata sembra indirettamente ratificare, ancora in epoca moderna, sia l’importanza strategica del borgo di Ostiano, sia la “distanza” consolidatasi fra quest’ultimo e la pieve di San Gaudenzio e Alessandro subentrata, anteriormente al 1450, all’antica pieve di San Salvatore nell’as­solvimento delle funzioni plebane (Merlo 131-134). Ne “Il disegno della geo­grafia moderna de tutta la provincia de la Italia, con le sue regioni, città” di Jacopo Gastaldi del 1561 solo il borgo di Ustia è rappresentato oltre l’Oglio prima di Calvisano e Bressa, situazione ribadita nel 1568 e nel 1582 dalle carte rispettivamente di Paolo Forlani e Battista da Parma che si ispirano al Gastaldi (Boni 47, 49, 54). Anche la cartografia specifica del territorio bre­sciano, ovviamente più dettagliata, non tralascia mai di rappresentare il borgo, a partire dalla prima carta geografica a stampa risalente ai primi anni del Cinquecento, contenuta nella rarissima Chronica de rebus brixianorum di Elia Capriolo (Sinistri 10-11) in cui Ostianu è segnalato da un simbolo castel­lano. Ancora oggi la lettura del reticolo viario storico principale, integrato, rettificato e in qualche caso abbandonato, ma non completamente cancellato dagli interventi attuati negli ultimi due secoli, lascia intendere, nel suo anda­mento centrifugo, come il borgo costituisse un nodo cruciale nell’organizza­zione territoriale del basso bresciano, poi mantovano occidentale. Partendo dalle due porte del paese le strade si diramavano a raggiera: dalla “porta della Valle” verso il fiume Oglio ed il porto, consentendo l’accesso al Cremonese; dalla “porta Spinata” (v. rep. nn. 428 e 475) in quattro fonda­mentali direzioni: porto del Mella-Seniga; San Salvatore-Santa Maria degli Angeli-Pralboino; Pieve di San Gaudenzio e Alessandro-Gambara; Torricella-Volongo ed il Mantovano.

La chiesa in località Torricella

Ma l’aspetto più significativo che emerge dalla consultazione della cartogra­fia storica riguarda la contemporanea rappresentazione dei due nuclei di Ostiano e di San Gaudenzio, riportata da numerose carte, sorprendente­mente raffigurati in modo distinto e separati da un’apprezzabile distanza (cfr. Leone Pallavicino, “Descrittione del territorio Bresciano con li suoi con­fini”, 1597, in “Storia di Brescia”, vol. III, p. 32; Vincenzo Coronelli “Descrizione del Bresciano. Parte settentrionale e parte meridionale” dal “Corso geografico universale” Venezia 1689, in “Storia di Brescia” vol. III, p. 96; Sinistri 20-21; Almagià, Monumenta Cartographica Vaticana, vol. II, p.86; carta del 1695, in Sinistri 22).

Pur consapevoli dell’impossibilità di applicare criteri contemporanei alla lettura della cartografia antica che, per quanto accurata, appare sempre lon­tana dalla precisa rappresentazione in scala del territorio, non si deve tra­scurare, tuttavia, di interpretare il punto di vista, le finalità, la percezione e la gerarchia applicate di volta in volta dai singoli estensori agli oggetti geo­grafici cartografati.

Allora balza immediatamente all’occhio che la distanza interposta fra le due emergenze, di gran lunga superiore al dato fisico delle poche centinaia di metri che le separano, sembra sottolinearne la netta distinzione: Ostiano e San Gaudenzio sono percepiti e rappresentati come entità fisiche ed ammi­nistrative separate e distanti, ma ugualmente rilevanti nell’assetto e nell’or­ganizzazione del territorio.

Un commento a parte meritano, poi, le due rappresentazioni del territorio in esame affrescate nella Galleria delle carte geografiche, in Vaticano, fra il 1580 e il 1581 (Mirabilia Italiae vol. I, pp. 227, 262; vol. II, schede n. 227, 262; Almagià 1952). Il borgo di Ostiano è rappresentato in due carte distinte: la Transpadana Venetorum Ditio e il Mantuae Ducatus. Nella prima, una delle più minuziose e meglio conservate dell’intera serie, Ustiàn è rappresentato quale borgo fortificato alla confluenza del Mella con l’Oglio, di fronte all’abitato di Seniga. Altri due insediamenti a Nord, uno dei quali indicato da un simbo­lo castellano con quattro torri angolari, sono ubicati prima di Santa Maria degli Angeli (ora in comune di Pralboino, Bs). Questo complesso, costituito dalla chiesa e dal convento dei Minori Osservanti, fu edificato dopo il 1444 su un terreno denominato Campagnóle, sul quale insisteva una precedente chiesa dedicata a Sant’Agata (Viscardi 103): titolo ancora oggi ricordato dal toponimo Santegade che identifica alcuni appezzamenti posti ai margini della strada in territorio bresciano. La minuziosa descrizione idrografica, inoltre, consente di individuare Volongo in riva destra del Gambara, di fron­te all’abitato di Fontanella. Nella seconda carta, che costituisce probabil­mente la più antica rappresentazione cartografica conservatasi del Mantovano – o quantomeno la più antica fino ad oggi conosciuta – nono­stante appaia meno ricca di dettagli idrografici e descrittivi rispetto alla pre­cedente, oltre l’Oglio compaiono gli stessi quattro nuclei abitati: Ustiano, i due insediamenti collocati a Nord del borgo e qui accomunati dal toponimo S. Gaudentio, e , infine, S. Maria (degli Angeli).

Partendo dalla constatazione che non esistono, attualmente, insediamenti significativi (se non di carattere prettamente rurale) fra ()stiano e Santa Maria degli Angeli, e pensando solo come ultima ratio ad un errore ripetuto in entrambe le carte, si potrebbe supporre che le carte in argomento inten­dessero registrare la tardiva persistenza – forse ricavata da qualche fonte manoscritta non meglio identificata – della pieve di San Salvatore, che si doveva ubicare proprio sull’antico percorso da Ostiano a Santa Maria degli Angeli, ancora oggi perfettamente leggibile.

Ancor più plausibile, però, sembrerebbe un riferimento ad un altro inse­diamento che, certamente, ebbe una sua rilevanza territoriale a partire alme­no dal pieno Medioevo e che troviamo documentato dal 1152, anno della prima menzione finora nota. Si tratterebbe dell’abitato di Remoldesco, il cui ricordo, quantomeno toponimico, persistette sino al XVIII secolo e, da quan­to di può dedurre dalla scarna documentazione conosciuta, tale località potrebbe trovare collocazione press’a poco in questi paraggi, poiché alcuni documenti la dicono confinante con il territorio bresciano (v. rep. n. 374).

Il ponte ad Ostiano

Se, per ora, si tratta di semplici ipotesi, appare in ogni caso interessante tenere viva la discussione su un problema, di carattere non solo topografico, che coinvolge anche l’interpretazione di quell’immagine turrita con cui le carte vaticane identificano il secondo nucleo di San Gaudentio, salvo accet­tarne un uso non descrittivo, ma solo simbolico, quale sede rappresentativa di una forma di amministrazione del territorio.

Certa è, invece, la totale scomparsa, già dalle carte cinquecentesche, dell’an­tico Castrum Turricellae, che tanta parte deve aver avuto nella geografia inse­diativa dei secoli precedenti, quale punto strategico per il controllo del terri­torio, dei suoi confini e del passaggio sull’Oglio, eloquentemente ricordato dalla maestosa figura del San Cristoforo un tempo leggibile sulla facciata della piccola chiesa ancor oggi esistente in località Torricella (Ostiano 37-39; Merlo 113-129; Bottarelli-Peron 14-15; v. rep. n. 457).

Fin dai tempi più remoti l’insediamento di Ostiano deve infatti essersi misu­rato con due temi fondamentali e ricorrenti della sua storia: il rapporto con i fiumi, Mella ed Oglio, e la condizione di terra di confine, che al primo si intreccia e si sovrappone. Limiti naturali, i fiumi, da percorrere e da guada­re, da utilizzare quali vie per la navigazione o fonti di energia per muovere le ruote dei mulini, da sfruttare come inestinguibili risorse idriche applicate all’agricoltura, hanno sempre rappresentato, per antonomasia, l’elemento imprescindibile per lo sviluppo di intere società umane.

Il territorio in esame, incuneato nel punto di confluenza fra il Mella e l’Oglio, che ne definiscono rispettivamente i confini occidentale e meridionale, si avvaleva, probabilmente, di tre punti di attraversamento fluviale: un guado, come richiamato, in prossimità di Torricella (vedi anche R. Regonini 2001a, 40-41) e due porti: uno sull’Oglio di fronte all’abitato di Gabbioneta, ed uno sul Mella in località Barca. Il primo è ancor oggi ricordato dal toponimo vivente Camp del port, identificato a valle dell’attuale ponte sul fiume, sebbe­ne la documentazione cartografica consultata, dal XVIII al XX secolo, e la decorazione pittorica di una antica casa del luogo, tendano a localizzarlo via via in punti diversi, attribuendo di volta in volta alle tre strade che dai piedi della rocca si diramano verso il fiume l’appellativo di “strada – contrada del porto” (v. rep. n. 104).

Un porto doveva probabilmente già essere presente in epoca medioevale, e risulta certamente registrato nella “Instrutione per il fiume de olio et confini del territorio bresciano fatta per d. Iacomo Chizzola dott.” del 1551 (Villan 89-108) dove l’estensore cerca di dimostrare la legittimità dei diritti sul fiume, vantati dai bresciani nei confronti dei cremonesi, dei mantovani e dei bergamaschi, elencando le strutture di proprietà bresciana presenti sulle sue rive. Fra queste cita, appunto, il Porto de Ustiano e Ustiano con la Roccha aggiungendo che «abenchè Ustiano et Caneto siano al presente del Duca de Mantoa, sono però del Diocesi et territorio bresciano» (Villan 102).

La stessa condizione di instabilità caratterizzava l’ubicazione dei molini natanti dislocati sul fiume, che hanno dato il nome all’attuale contrada dei Mulì, (v. rep. n. 294) e che nella cartografia ottocentesca, oltre che in alcuni disegni dell’epoca (G. Cerioli 1952, disegni inediti) e nel ricordo degli anzia­ni, erano collocati ancora nei primi decenni del Novecento a valle del ponte, in prossimità dell’edificio denominato Molini d’Oglio.

Altri mulini svolgevano invece il loro prezioso compito sfruttando l’acqua della seriola Maestra, corso derivato dal Galbuggine in località Sovati ed incanalato fra le case ad Est dell’abitato, al di fuori della presunta cerchia murata: questi davano il nome di Contrada del molino terraneo (v. rep. n. 290) all’attuale via Verdi. Lungo il corso della seriola si collocavano altri opifici: l’edifitio piste pulveris bellici, documentato dal 1703 e deputato alla produzio­ne di polvere pirica (v. rep. n. 330), ancor oggi ricordato dal toponimo vicolo Pista, ed il Tórcol (v. rep. n. 453) dove, sfruttando il considerevole salto com­piuto dall’acqua incanalata ad arte, si azionavano le macine probabilmente destinate al trattamento di semi oleosi. Dalla fine dell’Ottocento l’edificio sarà trasformato in piccola centrale idroelettrica per la produzione dell’ener­gia necessaria all’illuminazione pubblica del paese e, successivamente, sarà convertito in segheria, rimasta in funzione fino agli anni Sessanta del Novecento (Cerioli 1953).

Il secondo porto, o Porto della Barca, costituiva il punto di attraversamento del Mella verso Seniga ed il Bresciano (v. rep. nn. 16 e 307). Da sottolineare come la porzione di territorio oltre il fiume, denominata Oltre Mella fosse, e permanga tuttora, annessa al territorio ostianese. L’Oltremella costituiva un vero e proprio avamposto, una sorta di intenzionale “capoponte” in terra bresciana per il controllo dei confini e degli accessi al territorio mantovano, di cui Ostiano – per spontanea dedizione – dal 1414 entrò a far parte (R. Regonini 2001b, 7-9). La proprietà degli appezzamenti di terreno che costi­tuivano i terminali di accesso al fiume attraverso i due tronconi della strada Ostiano – Regona di Seniga, sia in riva destra sia in riva sinistra del fiume, nelle Tavole d’Estimo del Catasto Teresiano erano di pertinenza diretta della Regia Ducal Camera, come l’osteria che sorgeva oltre il Mella. La presenza del porto e del traghetto, prima che un ponte congiungesse le due sponde, è ampiamente documentata dalla cartografia catastale e dalle fonti d’archivio (R. Regonini 2001°, 41, 88 nota 42;) ma è altresì sedimentata nella topono­mastica vivente attraverso gli appellativi Podere Barca, Ponte della Barca e Strada comunale della Barca.

Terra di confine, si diceva, per destino. Probabile propaggine dell’ ager cre­monensis, oltre il fiume, in epoca romana e poi ultimo lembo della diocesi bresciana, la cui nascita sembra attestata intorno alla fine del III secolo. Confine sull’Oglio dei territori leonensi ed in seguito capoluogo della qua­dra di Ostiano e Gottolengo nell’estimo visconteo, e poi ancora sottoposto alla signoria di Pandolfo Malatesta, fino al suo assorbimento nell’orbita mantovana dei Gonzaga, benché ancora fortemente legato a Brescia e alla sua diocesi, nel cui ambito continuò a permanere sino al 1787 (Guerrini 1918, 113-131). Nell’editto de11784 Ostiano con Volongo è aggregato ai Territori tra Oglio, Mincio ed il confine bresciano-veronese, Distretto VII di Canneto, mentre un successivo editto de11786 lo vede inserito con Volongo nel distret­to di Canneto, delegazione X della neo-costituita provincia di Bozzolo. Con dispaccio de11791 è di nuovo incluso nella provincia di Mantova, della quale risulta condividere ormai anche la diocesi. Nel periodo napoleonico ritorna ad orbitare nella sfera bresciana essendo dapprima aggregato al distretto XIII del Dipartimento del Mella, con capoluogo Gambara (1798), e poi al distretto III con capoluogo Verola Alghise (ora Verolanuova, 1801). Ma nel 1805 torna a gravitare nell’area mantovana, per essere incluso nel cantone IV di Canneto del distretto III di Castiglione (delle Stiviere) del Dipartimento del Mincio. Rimarrà nella provincia mantovana, distretto di Canneto, fino al 1859 (Leoni 220-221). Di nuovo scorporato dal Mantovano, torna ad essere aggregato alla provincia di Brescia fino al 1868, anno in cui la municipalità di Ostiano – seguita nel 1871 da quella di Volongo, uniche due comunità oltre il fiume Oglio – optò per l’annessione del suo territorio alla provincia di Cremona: il capoluogo più vicino.

Un ponte in legno, a partire dal 1859 – poi sostituito da un altro in ferro nel 1891 e, infine, da quello attuale nell’immediato dopoguerra – congiungeran­no finalmente in modo stabile le due sponde del fiume agevolando le comu­nicazioni con Cremona, ma non sottrarranno il territorio ostianese al suo destino di terra di confine, crocevia e punto d’incontro di tre diverse realtà economiche e culturali.

Amministrativamente legato alla provincia di Cremona, il borgo di Ostiano continua ad essere aggregato alla diocesi di Mantova e a mantenere un idio­ma che, pur non escludendo influssi cremonesi e mantovani, rimane forte­mente ancorato nell’inflessione, nel lessico, ed in numerosi tratti fonetici all’originaria matrice bresciana.